Per il collezionismo reggino dell’800. Il “Putto orante” della Biblioteca “Pietro De Nava” di Reggio Calabria

di Maria Teresa Sorrenti

Nella sala intitolata a Gennaro Giuffrè (Reggio Calabria 1873 – 1971), allestita nei restaurati ambienti della villetta De Nava, costruita nel 1917 su progetto dell’ing. Pietro De Nava[1] e donata per volontà testamentaria del fratello minore Giuseppe[2] al Comune della “diletta città di Reggio”, si espone una deliziosa scultura in marmo a tutto tondo raffigurante Putto orante, generosamente attribuita anche in recenti pubblicazioni[3] allo scultore ticinese Vincenzo Vela (Ligornetto 1820 – Mendrisio 1891).

Difficile dire con certezza se l’opera facesse parte della cospicua raccolta già appartenuta al munifico bibliofilo Gennaro Giuffrè (1887-1971) e consistente non solo di un poderoso patrimonio librario, ma anche di un ricco mobilio ligneo e di un’interessante collezione di vasi in porcellana, dal momento che, allo stato attuale delle ricerche, non è stato possibile rintracciare documentazione al riguardo.

Se così fosse, la presenza del pregevole marmo nella raccolta testimonierebbe, ancora una volta, l’interesse della borghesia reggina verso il mercato dell’arte, e non solo in virtù di specifici e particolari orientamenti artistici, ma soprattutto quale espressione di prestigio sociale ed in funzione dell’arredo delle proprie dimore[4]

La deliziosa sculturina raffigurante Putto orante (Figg.1-2), il cui soggetto è noto alla storiografia artistica anche come Fanciullo in preghiera o L’Orfano, riproduce un’opera di grande successo sin dal suo apparire nell’ottobre del 1826 al Concorso dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove venne presentata dallo scultore Luigi Pampaloni (1791-1847) la cui apprezzata produzione si inserisce sul solco del linguaggio purista del più celebre maestro Lorenzo Bartolini (1777-1850), di cui fu collaboratore e stimato allievo, e grazie al quale fu coinvolto in imprese decorative di largo respiro da Elisa Bonaparte-Baciocchi[5], contessa di Lucca e Piombino e sorella di Napoleone Bonaparte.

1. Ambito di L. Pampaloni, Putto orante
Reggio Calabria, Biblioteca De Nava, sala Giuffrè
2. Ambito di L. Pampaloni, Putto orante (part.)

La ricerca formale ispirata al “bello naturale” bartoliniano e la serena spiritualità della figurina, atteggiata in un confidente abbandono espresso dal congiungersi delle mani e dallo sguardo fiducioso, fecero breccia con la loro innegabile efficacia comunicativa nella sensibilità romantica del pubblico del tempo cosicchè non poche repliche ne vennero commissionate al “celebre autore delle Statue di Arnolfo e Brunellesco, sig. Professor Luigi Pampaloni, che sa unire al sublime tutte le leggiadrie dell’Arte”[6]

3. L. Pampaloni, Putto orante
Firenze, Gipsoteca Accademia Belle Arti (da A, Caputo, Note…p. 58)

Tra le repliche più note alla storiografia artistica il marmo eseguito per il notabile russo Franciszeck Potocki, oggi custodito alla biblioteca Baworowski di Lwow in Ucraina ed il cui gesso si conserva alla gipsoteca bartoliniana dell’Accademia di Belle Arti a Firenze[7] (Fig. 3), e la pressochè coeva commissione per la nobildonna polacca Anna Tyszkiewicz cui era da poco morta la figlioletta Jiulia.  A queste committenze per l’aristocrazia polacca si aggiunge l’esemplare, oggi conservato a Kynžvart Castle, ed un tempo appartenuto al principe di Metternich[8], collezionista raffinato nella cui galleria un Putto orante faceva bella mostra insieme ad un altro delizioso marmo del Pampaloni raffigurante una Fanciulla con tortorelle donatogli dal granduca di Toscana[9].

Alle opere ora menzionate si aggiunge il marmo (Fig. 4) pervenuto nel 1837 nella collezione di un colto nobiluomo bresciano, Paolo Tosio (1775-1842)[10] che, a conferma del successo e del gradimento del soggetto presso i contemporanei, così scriveva in una sua memoria riguardo all’opera “[…] Il bambino piacque tanto che fu richiesto da moltissimi. Il suo battesimo variò secondo i paesi. Gl’Inglesi lo chiamarono il Samuelo, i devoti fiorentini il S. Giovannino e i Napoleonici il figlio di Napoleone che prega per il padre. Comunque sia, a Parigi fu soggetto di larga disputa nel 1836 fra i francesi che lo volevano opera del Canova, e il Sig. Perrevall inglese che lo sosteneva opera del Pampaloni, perché esso pure ne possedeva uno fatto da lui […]”[11].

4. L. Pampaloni, Putto orante
Brescia, Civica galleria (da Dai Neoclassici, p. 78)

In quegli stessi anni un altro collezionista, esponente della migliore aristocrazia russa e frequentatore degli ambienti più esclusivi di Francia ed Europa, il principe Nikolai Youssoupov (?-1831) ne richiedeva, all’ormai celebre maestro, una replica oggi esposta negli ambienti del settecentesco e lussuoso palazzo di famiglia in San Pietroburgo (Fig. 5), unitamente ad una straordinaria raccolta di capolavori dell’arte europea di ogni tempo, acquistati e commissionati dal raffinato mecenate ai migliori artisti del suo tempo, in occasione dei lunghi soggiorni compiuti nelle capitali d’Europa in qualità di diplomatico[12].

5. L. Pampaloni, Putto Orante
San Pietroburgo, Palazzo Toussoupov

La grazia e la piacevolezza dell’immagine “Cet enfant, […] présente en général, dans toute sa pose, tant de naturel et de vérité, qu’il paraît non-seulement vivant, mais qu’il semble vraiment être en prière”[13] ne spiegano il successo e, come abbiamo visto, il numero di repliche richieste, non ultima quella realizzata per il filantropo ed intellettuale pistoiese Niccolò Puccini (1799-1952) per il gruppo scultoreo Gli orfani sulla rupe, collocato un tempo[14] nella “sala al primo piano della villa” del nobiluomo a Scornio e dove venne presentato nel 1842, a quattro anni di distanza dalla sua commissione. Le vicende dell’interessante monumento sono state puntualmente ricostruite, con il supporto dell’epistolario intercorso tra il filantropo e l’artista, da Anna Caputo Calloud[15] che ne ha illustrato l’evoluzione concettuale e compositiva, dalla data del primo affidamento nel 1838 che prevedeva  l’esecuzione della sola figura dell’Orfanella, alla redazione finale nella quale si inserisce il Putto orante, probabilmente al fine di meglio esprimere i valori educativi insiti nell’azione del nobile e benemerito pistoiese che morendo lasciava i suoi beni a vantaggio dei meno fortunati.

Dopo questo necessario excursus inteso a contestualizzare l’esemplare reggino nell’ambito dell’ampia diffusione di un soggetto, caro alla cultura romantica del primo Ottocento per via di quell’ingenua natura che l’arte ricerca ed interpreta nel vero ideale e che l’infanzia con la sua insita semplicità traduce, possiamo meglio ricondurre l’opera, già assegnata al maestro svizzero Vincenzo Vela (1820-1891), ad un diverso ambiente culturale ed evidenziare, nel confronto con i marmi appena citati, alcune differenze che nulla tolgono alla bontà esecutiva. Se identica rimane la “costruzione” della figura, resa possibile dalla sua deduzione ed evidente conoscenza del gesso di riferimento, il putto reggino in ginocchio sul cuscino, che in collezione Tosio ci appare impreziosito da eleganti motivi rabescati, nasconde, se così possiamo dire, le sue nudità sotto il drappeggio, forse un po’ rigido e sommario, di un panno: un espediente certo suggerito dal committente e che forse ne lascia ipotizzare la realizzazione a cura di un maestro a conoscenza dei gessi del Pampaloni e del suo atelier ma, non necessariamente, a lui contemporaneo.


[1] Cica la figura di Pietro De Nava e la donazione della villetta, si veda A. Molinaro, La biblioteca comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria, Bova, 2011, pp. 66-73; O. Milella, L’ incidenza dell’opera di Pietro De Nava sulla Ricostruzione di Reggio Calabria. Aspetti formali e stilistici, in 28 dicembre 1908. La Grande Ricostruzione dopo il terremoto del 1908 nell’area dello Stretto, a cura di S. Valtieri, Roma, Clear, pp. 944-957

[2] A. Molinaro, La biblioteca, p. 73

[3] G. Andreani, L’opera esposta. Idee per la Pinacoteca civica di Reggio Calabria, Soveria Mannelli, 1991, pp. 38-39

[4] Nell’ambito della corposa bibliografia sull’argomento si veda in relazione alla Calabria si veda, A. Anselmi (a cura di), Collezionismo e politica culturale nella Calabria vicereale borbonica e postunitaria, Reggio Calabria, Gangemi, 2012; M. T. Sorrenti, Collezioni reggine dell’800 e ‘del 900: tra dispersione e conservazione, in A. Anselmi, Collezionismo…cit., pp. 434-461

[5] Item G., Profilo biografico di Luigi Pampaloni (1791-1847): dagli esordi per la committenza bonapartiana alla sua ultima opera a Canino

[6] I. Schemper-Sparholz, Lorenzo Bartolini and Luigi Pampaloni in the former Matternich collection, in Lorenzo Bartolini, a cura di S. Bietoletti, A. Caputo, F. Falletti, Atti delle giornate di studio, 17-19 febbraio 2013, Pistoia 2014, pp. 89-102

[7] A. Caputo Calloud, Note su Luigi Pampaloni, in «Ricerche di Storia dell’Arte», 1981, nn. 13-14, pp. 41-56.

[8] Ingeborg Schemper-Sparholz, Lorenzo Bartolini …cit., p. 99

[9] Ivi

[10] Cfr. Paolo Tosio. Un collezionista dell’Ottocento, Catalogo della mostra (Brescia novembre 1981 – maggio 1982), a cura di M. Mondini – C. Zani, Brescia, Grafo, 1981

[11] Dai Neoclassici ai futuristi e oltre. Proposte per una civica galleria d’arte moderna e contemporanea, Catalogo della mostra a cura di R. Stradiotti, Brescia, 1989, p. 78

[12] G. Svechnikova, Le palais Youssoupov, 1999

[13] I. Schemper-Sparholz, Lorenzo Bartolini cit., p. 100

[14] Ivi, p. 97. Il gruppo scultoreo fu in seguito trasferito all’interno di Palazzo San Giorgio già di proprietà della famiglia Puccini e destinato, per volontà testamentaria di Niccolò, ad ospitare il Conservatorio degli Orfani

[15] A. Caputo Calloud, Niccolò Puccini, Luigi Pampaloni e gli Orfani sulla rupe: cronistoria e significati romantici, in «Ricerche di Storia dell’Arte», 1984, n. 23, pp. 93-99 con bibliografia precedente